Grazie da parte dei
Grazie da parte dei "colti" e non dai "mezzi colti"luglio 2012

Gabriella Schina

Quando la stampa, la critica ufficiale avrà la grazia di accorgersi sul serio del fenomeno del tutto singolare creato dal regista Luciano Melchionna e saprà dargli la giusta risonanza?

Quando si toglierà le lenti da miope che le impediscono di vedere finalmente una realtà teatrale assolutamente unica nel suo genere?

Ho assistito per la quarta volta allo spettacolo ideato da lui e da Betta Cianchini: "Dignità Autonome di Prostituzione". Perché la quarta volta? Unicamente perché ogni volta lo spettacolo è diverso, perché con intelligenza muta dietro gli eventi storici e soggettivi. Perché in definitiva "Todo cambia" (anche brano musicale che in questa edizione la meravigliosa Adele Tirante canta in modo appassionato e coinvolgente).

Le varie edizioni le abbiamo potute vedere nei teatri ufficiali, a settembre sarà all'Ambra Jovinelli di Roma, ma al "Casale della Cervelletta" tutto assume una dimensione magica, surreale; si tratta di un antico casale alle porte di Roma, qui Melchionna ha studiato e scelto stanze, anfratti, spazi aperti dove far parlare i suoi attori.

La qualità della sua regia è la forza, la grazia e la trasparenza. La sua messa in scena è un'orchestra sotto la sua bacchetta ironica e originale; i personaggi attraversano spazio e tempo in modo a dir poco folgorante. Melchionna li osserva e ce li restituisce con occhio lucido, spietato, ma sorride e ci fa ridere mentre sembra dire: "Le cose son così, signori miei, ed è necessario dire la verità".

Dietro questo apparente confusionario mondo, c'è in realtà una rigorosa disciplina che traspare dall'elegante, potente e flessibile architettura che tutto sorregge.

L'inizio è un' esperienza del tutto singolare, si sta tutti fuori il casale, dinanzi al cancello che immette attraverso una lunga volta in questo luogo misterioso. Impossibile non pensare alle carrozze dei facoltosi principi Borghese che nel '600 vi accedevano cercando la frescura. E nell'incrocio tra immaginazioni suggerite dal luogo e magie create dai teatranti si trascorrono quattro ore indimenticabili.

Attaccate al cancello le varie 'maîtresses de maison' sono pronte per guidarci nel misterioso e tanto bistrattato mondo del piacere.

Non illudiamoci di trovarci in un luogo di "innocuo edoné", riceverremmo un urto interiore piuttosto grande, e forse per qualche contemporaneo camuffato decadente, anche una certa delusione.

Bisogna contrattare un prezzo per poter godere del piacere della pillola teatrale che ci verrà data dalla prostituta/o - è necessario contrattare per veder Teatro, sì - in una società che sembra ben guardarsi dalla cultura, possiamo trovare chi è disposto, sempre e solo se lo vogliamo, a trascinarci in un angolo di vita, in una tranche a volte drammatica, a volte esilarante, a volte dolcissima. Finita la contrattazione con la maitresse, ci si chiede salendo quelle sgangherate scale che ti portano dalla prostituta, cosa dovremo vedere, cosa dovremo ascoltare, perché è questo il teatro, e ci si accorge, se non si hanno irrimediabili calli sull'anima, che una vaga agitazione s'impossessa di noi, per l'ignoto del Teatro, tale è la potenza immaginifica della parola.

Si è certamente travolti, si vaga per il castello come il bianco bellissimo fantasma che si aggira tra la gente con un rivolo di sangue sulla bocca e le mani insanguinate, e di cui forse mai sapremo la storia, a meno che Melchionna non decida di raccontarcelo.

L'occhio alla contemporaneità, alle fatiche che stiamo tutti vivendo, alla subcultura cui l'Italia è incatenata, sono sempre presenti, costituiscono il tessuto etico su cui lo spettacolo è costruito, ma con la "leggerezza alta" e l'ironia che solo un'arte magistrale può togliere dal didascalico, consentendoci di fruirne fino in fondo.

Grazie da parte dei "colti" e non dai "mezzi colti"luglio 2012Ma è il gran finale che merita un'attenzione tutta particolare. Lo spettacolo trova il suo momento culmine nel "Gran Finale" e grande lo è veramente, e non solo per la bravura del regista che intesse fili diversi, che spesso s'incrociano sul palcoscenico, alternando voci straordinarie come Adele Tirante o Giovanni Block o Gianluca Merolli o Momo, quanto per l'intensa atmosfera che si crea tra il pubblico e gli attori. Per spiegarla posso soltanto invitarvi a vedere la già citata "Todo cambia" cantata da Adele Tirante; sulle note toccanti della canzone popolare sud americana cominciano lentamente a sfilare gli attori, ognuno con il suo abito di scena, e silenziosamente si dispongono alle sue spalle: l'effetto è struggente e metafisico, ognuno torna dal suo tempo, dal suo luogo, dalla sua storia, tutti diversi l'uno dall'altro e insieme, coralmente uniti in questa "comedie humaine" tragica e ineluttabile come tutte le vite. Un'intensità straordinaria scende nel cortile del casale e non si vorrebbe veramente più venir via, perché è il luogo dell'unione, lontano da ogni ghettizzazione, dove non esiste pregiudizio, ma quello vero reale, che solo un'autentica "Kultur" quella di Luciano Melchionna può dare, quella non strombazzata in strada, non urlata, che nulla recrimina, che con forza afferma, che è offerta a noi attraverso un pensiero, un sentimento e una creazione artistica degna di questo nome e che sola come tale, porta il nostro animo, anche il più reticente a porsi qualche domanda.

Torno ora alle prime righe di questo scritto, per ricordare l'arrivo a Roma, anni fa, della Mouschkine con il suo teatro e il suo laboratorio di attori (un numero alto): la critica osannò la regista che, lasciata la sua Cartoucherie alle porte di Parigi, qui a Roma ebbe subito tappeti rossi ed un grande tendone a Villa Borghese. Straordinaria la Mouschkine ed il suo connubio con la Cixous, ma quanto sono provinciali e miopi gli italiani. Pur riconoscendo il gran talento di questa regista francese, mi sento di aggiungere e sottolineare una differenza sostanziale dal lavoro di Melchionna, lavoro che a primo colpo potrebbe sembrare simile, una comunità di attori che "vive" insieme, ma la differenza è nel predominio totale della regista. Ogni attore negli spettacoli della Mouschkine è strumento di un insieme e nulla rimane della sua personalità, fa parte di un quadro, splendido ovviamente, dove l'attore risulta assolutamente schiacciato, di lui non sappiamo nemmeno il nome, tanto che dopo un po' di anni gli attori fuggono dalla Cartoucherie, chiedono di esistere.

Qui accade ben altro, qui c'è una comunità dove il primo ad essere grato è Luciano Melchionna, che sa quale è la fatica di essere teatranti oggi in questa Italia barbara, e l'aiuto è profondo e reciproco, senza rispetto dell'altro nulla si può fare, e come dice all'inizio utilizzando le parole di Einstein " se non cominciamo a cambiare noi, niente può cambiare".

Alla fine si viene via con nostalgia da quel tessuto d'amore che sono queste ore, si vorrebbe rimanere lì, trovarsi un posticino in un luogo di parole, di colori fiammeggianti, di musica, in un luogo dove ci si sente autorizzati alla verità tra verità mostrate.

Chi sta dunque dentro e chi fuori dal mondo, dalla passione, dalla vita, dalla compassione, dalla solidarietà? Noi col naso all'insú che attendiamo di entrare nella "Casa chiusa" o loro, che alla fine, appena siamo usciti, "spettatori" della vita, possono ancora parlarsi e ritrovarsi in questa meravigliosa realtà che è il teatro della vita.

Questa straordinaria famiglia che lavora insieme, vive una fatica quotidiana da anni, tenta con sacrifici personali di non far morire la tradizione più vera del teatro italiano che è stata ostacolata, se non addirittura cancellata dai vari governi dell'ultimo ventennio.

Perché ancora una volta non accorgersi anche del significato innovativo di tutto ciò, e continuare imperterriti nella mezza-cultura?

Bravi ragazzi e per citare la Woolf : Grazie da parte dei "colti" e non dai "mezzi colti".

Gabriella Schina

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